Ecosistemi nel re-design organico di Lorenzo Oggiano

Lorenzo Oggiano (Padova,1964) è un artista che utilizza tecniche tradizionali e digitali - privilegiando modellazione e animazione 3D - per la produzione di stampe, video, videoinstallazioni, sculture e assemblaggi.

Laureato
in arti visive al D.A.M.S. di Bologna con una tesi sui rapporti tra
arte contemporanea e nuove tecnologie, dai primi anni novanta ha
dedicato la sua ricerca artistica e teorica ad elaborare una
riflessione intorno ai concetti di natura e di vita interrogandosi
sui rapporti tra tecnologie, registri di razionalità, produzione di
soggettività, cosmologie soffermandosi in particolare sulla
morfologia e le dinamiche di organismi ed ecosistemi, sul concetto di
spazio e sul rapporto spazio-tempo-materia.

I
suoi lavori sono stati esposti in musei, gallerie e spazi per le arti
in Italia e all’estero - tra questi: Pratt Manhattan Gallery, Ars
Electronica Center, Cinémathèque Française, Eyebeam Art+Technology
Center, National Museum/WRO Art Center, Naturhistorisches Museum
Wien, Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, Kunsthaus
Dresden, Hong Kong Space Museum, Palazzo dei Congressi di Roma, CCCB,
Art-Science Node Berlin, MAN, Cartes Centre of Art and Technology,
Museo Nacional Reina Sofia, Museo Nazionale del Cinema di Torino - e
sono presenti in collezioni pubbliche e private.

Dal 1998 vive e lavora a Sassari.

Polymorphic Systems Study, 2012

- Quando hai incominciato a usare il linguaggio del 3D per il tuo lavoro artistico?

Ho
iniziato ad interessarmi alle tecniche 3D una quindicina di anni fa,
a partire da fine 2002. I miei primi lavori - alcuni studi del ciclo
"Quasi-Objects" stampati su carta fotografica con
tecnologia laser RGB - risalgono al 2003. Da allora gran parte della
mia produzione (stampe, video e videoinstallazioni) è realizzata con
l'ausilio di software di modellazione e animazione tridimensionale.
Da qualche anno guardo poi con grande attenzione agli sviluppi e agli
utilizzi in ambito artistico delle tecnologie AR/VR e della stampa
3D; l'interesse per quest'ultima ha trovato di recente applicazione
in un nuovo progetto, tuttora in lavorazione.

- Per quali motivi l'hai scelto?

I motivi che mi hanno portato alla scelta del 3D sono esito di un percorso professionale piuttosto atipico. Mi sono dedicato relativamente tardi in modo prevalente all’attività artistica. Sebbene mi sia avvicinato alla pittura e alla fotografia dalla prima metà degli anni '80, il tempo riservato alla produzione e, di conseguenza, all'attività espositiva (avviata nel 1997 ma svolta con regolarità solo a partire dal 2003) è rimasto a lungo minoritario per lasciare più spazio allo studio e alla ricerca; una scelta dettata dalla volontà di adottare un approccio teorico aperto e transdisciplinare alla pratica artistica, e parallelamente dalla necessità di esplorare strumenti, tecniche e materiali fino ad individuare quelli che potessero meglio rispondere alle questioni, agli obiettivi che progressivamente andavano delineandosi.

Quasi Objects Cinematic, 2013
Quasi Objects T Study, 2005

Un
passaggio fondamentale in entrambe le direzioni nel 1990, quando
acquistai il mio primo computer e uno scanner a letto piano;
nonostante le limitate capacità e funzionalità delle macchine di
quei tempi rimasi affascinato dalle potenzialità del digitale. Da
allora un crescente interesse per le tecnologie e le “hard
sciences” si innestò a quello per le scienze umane e le arti, una
connessione forte che ha segnato il mio percorso di studi al D.A.M.S.
arti visive di Bologna trovando sbocco nella tesi di laurea, dedicata
ai rapporti tra arte contemporanea e nuove tecnologie. In quegli anni
a Bologna iniziai a produrre le prime fotoelaborazioni digitali, a
lavorare come grafico freelance e “digital image specialist” per
studi grafici e fotografici e a frequentare/collaborare con alcune
realtà della scena artistico-culturale della città, in particolare
il “Link”, del quale fui tra i fondatori.

Rientrato
in Sardegna nel ’98 mi dedicai a testare nuove tecniche e
materiali, realizzando in prevalenza interventi pittorici su
fotoelaborazioni stampate al plotter e assemblaggi con legno,
tessuti, metalli, vetro, plastiche, resine, gommapiuma, cera, vernici
acriliche, pigmenti, materiale fotografico,… Un interessante
periodo di sperimentazione che si concluse tra il 2001 e il 2003 con
il progetto “Sample-Kit”, una serie di 20 pannelli fotografici
per me particolarmente significativa avendo funzionato da cerniera -
e sul piano tecnico (tenendo insieme tecniche di assemblaggio,
fotografia analogica ed elaborazione digitale) e su quello teorico
(anticipando alcuni dei temi che saranno al centro di molti lavori
successivi) - tra le precedenti fasi “esplorative” e quella
seguente, principalmente dedicata alla produzione, caratterizzata da
un utilizzo prevalente delle tecniche di modellazione e animazione 3D
nell’ambito di una cornice teorica più chiara e articolata.

Come
accennato risalgono al 2003 i primi studi per il ciclo
“Quasi-Objects”, ad oggi costituito da dieci video e più di un
centinaio di stampe, studi, disegni preparatori. Qui le tecniche di
modellazione e animazione tridimensionale sono utilizzate per
simulare organismi ed ecosistemi concepiti come risultato aperto e
transitorio di una pratica di “re-design organico”. Obiettivo del
progetto stimolare una riflessione sulla progressiva relativizzazione
delle forme di vita naturali a seguito dell’evoluzione
tecno-biologica utilizzando le immagini di sintesi (in questo e in
altri progetti che seguiranno) e come “strumento creativo” (come
risposta all’esigenza pratica di pre-figurare/visualizzare/generare
morfologie e dinamiche), e come dispositivo epistemico capace grazie
alla propria specificità di erodere i confini tra realtà e
rappresentazione, tra soggetto e oggetto, tra identità e alterità.

Wasp - Lorenzo Oggiano -  Quasi Objects C Study #411, 2010
Quasi Objects C Study #411, 2010

Scrivevo
nel 2004 per la sinossi originale del ciclo: “In quanto prodotto
di calcolo numerico le immagini di sintesi sono libere da ogni
diretto riferimento alla realtà ottica, da rapporti di referenza
esistenziale; la possibilità attraverso queste di accedere alla
‘verosimiglianza’ rinunciando al tempo stesso ad ogni ‘giudizio
di verità’ non solo apre la ricerca creativa ad orizzonti plastici
inaspettati ma - spostando l’attenzione dall’immagine al ‘Sapere’
del modello numerico che ne istruisce la presenza (…) - credo
contribuisca a disporci ad un’utile riflessione sulle relazioni che
intratteniamo con il Reale e, più in particolare, sul significato
della Vita nei termini di un processo reale ed autonomo non legato ad
alcuna specifica manifestazione materiale, una grammatica generativa
indipendente dal (s)oggetto portatore.”

Wasp - Lorenzo Oggiano - Quasi Objects Cinematic Environment #8 - 2012
Quasi Objects/Cinematic Environment #8 - 2012
https://vimeo.com/61794540
Estratto da "Quasi Objects/Cinematic Environment #8", HDV, 4:32 Mins, Color, Stereo, Ed. of 5+2 AP, 2012, Courtesy the artist

- In che modo ritieni di avere interiorizzato il 3D e di esserne stato influenzato nella concezione artistica e nella percezione della realtà?

Nessun
medium può evidentemente dirsi neutro. Ogni strumento/tecnologia
influenza il pensiero, e le metodologie di lavoro. È di relazioni
che parliamo - in ogni caso. Soggettivamente poi ciascun artista
vive, “accoglie” questa relazione (più o meno consciamente, più
o meno deliberatamente) in modi legittimamente assai diversi.

Personalmente non ho potuto non chiedermi in che modo e misura il mio quasi trentennale rapporto di interazione, collaborazione (coevoluzione) con le “macchine", con i software che utilizzo abitualmente, abbia influenzato e influenzi il mio pensiero, la mia percezione, il mio modo di lavorare. A maggior ragione per il fatto che le mutazioni sensoriali, biologiche e cognitive "indotte" dalle tecnologie sono per me insieme oggetto di studio e di sperimentazione: l’esplorazione, l'interpretazione, le riflessioni intorno a questi temi si traducono - nella pratica artistica - in specifici obiettivi, progetti e scelte operative. È mia impressione che - a loro volta - l’esito di quei progetti (le opere) e la “memoria” delle scelte effettuate (concettuali, tecniche, stilistiche) vadano a costituire delle unità logiche di supporto al Pensiero alimentando dinamiche operanti in modo non-causale, innescando una “riconfigurazione semantica” che influisce diffusamente sulla mia percezione della realtà, la mia visione artistica, gli obiettivi e le strategie future. Sintetizzando descriverei tutto questo come una sorta di processo di calibrazione asimmetrica tra sistemi aperti che si scambiano informazioni senza nessuna oggettiva soluzione di continuità (né riguardo al flusso informativo né riguardo agli “attori” coinvolti), nell’ambito del quale le soluzioni e le strategie via via adottate altro non sono che tentativi di stabilire un equilibrio utile ma inevitabilmente - e programmaticamente - transitorio.

Il
3D - per i caratteri peculiari di cui ho già detto - si presta
particolarmente bene a fornire gli strumenti (e restituire il Senso)
di un percorso di ricerca costantemente orientato a far emergere gli
aspetti processuali sottesi agli esiti sensibili della pratica
artistica.

- Accennavi ad un progetto che di recente hai avviato utilizzando tecnologie di stampa 3D. Puoi dirmi di questa esperienza? Tipologia del progetto, impressioni…

Si tratta di una serie di sculture di medie dimensioni (intorno ai 50 cm, files 3D di partenza alcuni studi di modellazione organica “high-poly”) stampate in PLA con una Delta WASP 60100 e postprodotte con una resina epossidica bicomponente (ritoccata con alcool isopropilico e carteggiata), un primer ancorante per materiali plastici, uno spray a pigmenti bianco di titanio a base d’acqua, e una vernice finale “glossy”, sempre a base d’acqua.

La Delta WASP 60100 stampa un'opera di Lorenzo Oggiano all' ArtLab dell’Accademia di belle arti Mario Sironi di Sassari

Come
dicevo da tempo seguo con estremo interesse l’evoluzione delle
tecnologie di stampa 3D; negli ultimi anni la qualità e la
versatilità delle stampanti 3D è cresciuta in modo esponenziale
trovando impieghi importanti in svariati settori produttivi e nella
ricerca, inclusa quella artistica. L’occasione per iniziare a
testarne le potenzialità è arrivata grazie ad un caro amico, Pier
Paolo Luvoni, artista e docente di tecniche di scultura all’Accademia
di belle arti Mario Sironi di Sassari, che lo scorso febbraio mi ha
invitato a frequentare l’allora nascente “ArtLab” (Centro di
Risorse e innovazione per i mestieri d'arte - fablab, coworking,
incubatore) gestito ottimamente dall’Accademia. Il centro dispone
di un buon numero di macchine negli ampi spazi dell’ex saponificio
Masedu. Grazie alle risorse del Centro, alla competenza e
disponibilità di Pier Paolo e di altri collaboratori, ho potuto
lavorare a questo nuovo progetto, come dicevo ancora in corso.

Una
bella esperienza, umanamente e professionalmente - i risultati finora
ottenuti sono davvero soddisfacenti.

Unitled, 2018

- Come procedi quando lavori ad un progetto 3D? Preferisci partire da schizzi o disegni, oppure modellando direttamente?

Solitamente
lavoro a più progetti nello stesso periodo, alternandoli secondo
esigenze. Procedo poi con modalità diverse, secondo la tipologia, la
complessità e le tecniche che prevedo utilizzare.

Generalmente dedico una prima fase - che può durare da pochi giorni a diversi mesi - a circoscrivere ed elaborare, in modo il più possibile dettagliato, quelli che sono i risultati che desidero raggiungere sul versante visivo e comunicativo; lo faccio scrivendo appunti, realizzando schemi, schizzi e i primissimi studi (“raw”) in 3D. La fase successiva è invece dedicata alla ricerca del “look and feel” del progetto e quindi ad individuare il flusso di lavoro ottimale prima di avviare la produzione: un passaggio insieme tecnico (implica la finalizzazione delle competenze pratiche già acquisite e, spesse volte, lo studio e/o l’approfondimento di nuove tecniche, metodologie, strumenti) e creativo; realizzo gli studi di modellazione (e animazione, se il progetto lo prevede) definendo tecniche, illuminazione, textures, tecnologie e settaggi di rendering. A questo punto, se l’output finale dovrà essere una serie di stampe, lavoro alla postproduzione delle immagini renderizzate con un software di elaborazione delle immagini, seguita da prove di stampa. Più lungo e complesso il workflow per i video: test di compositing, pre-montaggio, sonorizzazione e postproduzione delle sequenze renderizzate. La terza e ultima fase è dedicata finalmente alla realizzazione del progetto…

Wasp - Lorenzo Oggiano -Sample Kit - #03 - 2001
Sample Kit - #03 - 2001

- Come sai è ancora abbastanza diffusa l’idea che l’utilizzo di tecnologie informatiche nelle arti produca risultati “freddi” e standardizzati, quale è la tua opinione al riguardo?

Non
condivido questo punto di vista, sebbene ne comprenda le logiche di
base. Associare indistintamente, a priori, mezzi e risultati non è
solo inopportuno ma anche antistorico, muovendo dal presupposto che
l’arte sia una disciplina cristallizzata, non soggetta alle
trasformazioni che investono qualsiasi pratica sociale e culturale.

Una concezione delle “belle arti” di matrice passatista, ovviamente più colpevole se sostenuta da coloro che dovrebbero essere tra i primi ad intercettare e possibilmente catalizzare il cambiamento: critici, curatori, direttori di musei, collezionisti, artisti. Certo esiste un fare “di maniera” che può incoraggiare un pensiero in tal senso ma credo che questo atteggiamento sia riconducibile in buona parte all’oggettiva difficoltà (e, a volte, alla resistenza) che si incontra nel confrontarsi con pratiche, temi e linguaggi per i quali si ha scarsa consuetudine; un atteggiamento ancora diffuso ma che negli ultimi anni sta sensibilmente cambiando.

Wasp - Lorenzo Oggiano - Environmental Monitoring System, 2016
Environmental Monitoring System, 2016
Wasp - Lorenzo Oggiano - Environmental Monitoring System - Installazione - 2016
Environmental Monitoring System - Installazione, 2016

È
in fondo solo una questione di tempo, di “metabolizzazione”… Al
riguardo può essere utile ricordare l’accesa querelle che si
scatenò nella Francia della seconda metà dell’Ottocento a seguito
del diffondersi della fotografia. Il dibattito - che coinvolse alcuni
tra gli artisti e intellettuali più in vista dell’epoca - verteva
intorno alla questione se il medium fotografico dovesse essere
ritenuto una forma d’arte a tutti gli effetti oppure unicamente il
risultato di un processo meccanico di riproduzione della realtà.

- Cosa ti aspetti dalla stampa 3D in futuro e come desideri si possa sviluppare in rapporto alle tue esigenze di artista?

Mi
è sembrato che le procedure di prototipazione siano tutto sommato
non troppo complesse, i software utilizzati sono sufficientemente
intuitivi e l’hardware si è dimostrato preciso ed affidabile.

L’interesse
di prospettiva è rivolto principalmente ad applicare la mia ricerca
sul design organico alla realizzazione di strutture-dispositivi
indossabili. Spero poter presto sviluppare progetti in questa
direzione - anche in forma collaborativa. Le tecnologie mi sembrano
senz’altro pronte, la varietà dei materiali di stampa disponibili
unita alla potenza di calcolo e alla flessibilità degli attuali
software di modellazione 3D aprono ad ambiti di sperimentazione
straordinariamente affascinanti, per buona parte inesplorati.

Wasp - Lorenzo Oggiano - Soft Body #5 - 2017
Soft Body #5 - 2017
Wasp - Lorenzo Oggiano Soft Body #2, particolare, 2016
Soft Body #2, particolare, 2016

- In conclusione, vuoi dirci qualcosa su altri progetti ai quali stai lavorando?

Entro
qualche settimana uscirà “O.s.C” (“Organes sans Corps”),
video che è una sorta di esplorazione endoscopica di organi e
apparati “liberati” da ogni logica e funzione, da ogni
“organizzazione organica”: esplicitamente un tributo biopolitico
ad Artaud-Deleuze, e una riflessione sul concetto di corpo biologico.
Ho poi appena terminato il concept e gli studi preliminari per
“Aleph-n”, un lavoro che ha preso il via dall’interesse che da
tempo provo per i bestiari, gli erbari, i trattati alchemici ed
ermetici - e per la tassonomia, i sistemi di classificazione;
interesse che mi ha portato ad elaborare il progetto di un
“repertorio asistematico di (s)oggetti” che consisterà in una
serie aperta di tavole, prodotte in edizione limitata,
progressivamente rilegate in volumi… Inizierò la produzione nei
prossimi mesi.

Tra gli altri progetti in corso nuove opere per la serie “t.SPACEs” (stampe di grande formato intorno alla nozione di spazio topologico) e una serie di video e stampe volte a simulare la visualizzazione di cellule e microorganismi tramite microscopia elettronica.


Massimo Giacon: l'universo 3D di un esploratore di molteplici linguaggi

Wasp articolo Massimo Giacon autoritratto

Massimo Giacon è un artista sperimentatore di linguaggi. Conosciuto nel mondo innanzitutto come fumettista opera anche nel campo della musica, della pittura, della scultura, della performance e del design. Nella sua trentennale esplorazione artistica ha quindi utilizzato tanti tipi di materiali e tecniche senza fermarsi davanti agli strumenti offerti dal digitale. Da molti anni usa la tecnologia 3D, soprattutto per il lavoro di designer ma non solo.

Wasp articolo Massimo Giacon progetti per Superego

- Massimo quale è stato il percorso che ti ha portato al 3D?

Il mio percorso di avvicinamento al 3D nasce da un’esigenza pratica. Ero stanco di perdere tempo con modellatori e ingegneri per dare forma alle mie idee per gli oggetti di design che ideavo per Alessi. Poi io avevo un approccio artistico e informale, e alla fine mi sono trovato bene con un programma 3D di sculpting come ZBrush, con una curva di apprendimento più vicina alla mia sensibilità.

-  Da quando usi il 3D è cambiato qualcosa nel tuo modo di percepire la realtà?

Spesso non faccio nemmeno gli schizzi degli oggetti, ma mi metto a giocare con il 3D finché non ho tirato fuori qualcosa, in questo senso lo concepisco come un media a sé, e non come una trasposizione tridimensionale di disegni su carta.

Wasp articolo Massimo Giacon scultura per SUPEREGO editions.
Massimo Giacon - CONIGLIESCHIO - bronzo - SUPEREGO editions.

-  Ho sempre immaginato i tuoi disegni e i tuoi personaggi tridimensionali, già dagli inizi della tua carriera di fumettista, quando il 3d nemmeno si sapeva cosa fosse....

Forse oggi ho un atteggiamento ambivalente. Inizialmente cercavo di trasformare i disegni in 3D, poi ho capito che non funziona necessariamente così, ma che ci sono procedure nel 3D che possono essere sfalsate dalle idee che hai sulla carta, anzi che è lo stesso 3d che ti può dare delle idee.

Wasp articolo Massimo Giacon scultura per Alessi

Massimo Giacon - Ceramica per la Focara di Novoli

-  Parlaci della tua ricerca di designer per Alessi.

Sono partito da idee semplici, ma leggermente inusuali, trasformando degli oggetti comuni in personaggi con qualcosa di malato (Mr. Suicide, Mr. Cold), ma poi ho cominciato a lavorare su molti oggetti considerati di No-design, come tutta la linea natalizia, o le bomboniere, cercando di togliere loro l’aura da oggetto kitsch per trasformarli in qualcosa di desiderabile e non in oggetti di cui un po' ti vergogni.

Wasp articolo Massimo Giacon scultura per SUPEREGO editions.
Massimo Giacon - CONIGLIESCHI - ceramica - SUPEREGO editions.

-  In che modo usi il 3D per i tuoi fumetti, illustrazioni o opere artistiche slegate dal design?

Per le illustrazioni li uso poco, se non inizialmente, trovo che molti illustratori potrebbero osare di più, ma a quanto pare molti preferiscono sbrodolare nel territorio fantasy e horror e produrre orchi e mostroni, mentre pochi sperimentano sul serio. Il 3D lo uso essenzialmente per il design e per le sculture in ceramica a tiratura limitata che produco per Superego.

Wasp articolo Massimo Giacon autoritratto

-  Quale è la tua esperienza nell’ambito della stampa 3D?

Alessi è stata un’azienda pioniera in questo, è stata tra le prime ad avere delle stampanti 3D professionali per la prototipazione. Le ho viste evolversi sempre di più fino a raggiungere i risultati impressionanti contemporanei, dove si possono stampare moduli o pezzi di dimensioni davvero ragguardevoli, e con dettagli impensabili fino a poco anni fa. 

Wasp articolo Massimo Giacon scultura per SUPEREGO editions.
Massimo Giacon – Monkey Kalì - SUPEREGO editions.

-  Che tipo di sviluppo nel futuro ti piacerebbe avesse il linguaggio 3D e la tecnologia di stampa?

È un linguaggio in costante movimento, la sfida si gioca sui materiali, che un tempo erano molto limitanti, ma ora praticamente coprono tutto lo spettro del possibile. Sarebbe interessante lavorare con nuovi materiali come materiali soffici, cangianti e a memoria di forma, ma credo che ci si arriverà presto.

Wasp articolo Massimo Giacon scultura per Alessi
Massimo Giacon – Monkey Kalì - SUPEREGO editions.

-  Dal cibo agli abiti, dall’oggettistica d’uso quotidiano,  alle case, è praticamente stampabile ogni cosa necessaria alla nostra vita. Le potenzialità sono immense e la tecnologia della stampa 3D si sta sempre più perfezionando. In questo momento, tu come artista come vorresti che la tecnologia della stampa 3D ti aiutasse, e che caratteristiche dovrebbe avere?

Naturalmente una possibilità sempre più a portata di tutte le tasche, una maggiore velocità e un sempre maggiore dettaglio. Queste sono le cose di base che chiedo per realizzare le mie idee, poi in rete vedo lavori interessantissimi, come stampe 3D che riescono a stampare l’errore digitale, come se la riproduzione fosse stata attraversata da una interferenza televisiva. Oggetti impossibili per le mani di un artigiano, quasi quanto la realizzazione tridimensionale di un’immagine di Escher.  

L'opera Sleepy di Massimo Giacon in stampa nella Delta Wasp 4070  Industrial
L'opera Sleepy di Massimo Giacon in stampa nella Delta Wasp 4070 Industrial

 Sleepy (in materiale PLA) appena "partorito" dalla Delta Wasp 4070
Sleepy (in materiale PLA) appena "partorito" dalla Delta Wasp 4070

Struttura stampata con la tecnologia D-Shape di Enrico Dini

Enrico Dini: poetica, pensiero e visioni di un pioniere della stampa 3D su larga scala.

Wasp Infinity Project, ovvero Progetto Infinito – ma anche WIP, cioè 'Work In Progress', ossia lavori in corso. Questo è il titolo del nuovo contenitore dedicato all'approfondimento sulla tecnologia della stampa 3D da un punto di vista prettamente culturale. Ne parleremo in articoli e chiacchierate con i protagonisti e protagoniste della rivoluzione 3D, ma anche con persone che lavorano nel mondo dell’arte, del design, della filosofia, della poesia: donne e uomini che in qualche modo hanno avuto un rapporto con questa tecnologia in costante evoluzione.

Abbiamo deciso di inaugurare WIP ponendo alcune domande a Enrico Dini, figura di rilievo nel mondo della stampa 3D italiana e internazionale, laureato presso l'Università di Pisa in Ingegneria civile – ma anche artista, filosofo, inventore e sperimentatore. Personalità multiforme quindi, in cui ognuna delle sue molteplici facce caratterizza un approccio nel lavoro e nello sviluppo della sua ricerca. Enrico Dini dell’artista ha sicuramente la forte personalità che lo spinge “verso il desiderio di essere originale e irripetibile nel processo creativo”, affrontando grandi progetti visionari che possano eternarlo. Del filosofo ha quella enorme curiosità di capire il Tutto dell’esistenza, che lo porta a esplorare freneticamente i saperi e i linguaggi più diversi nella conoscenza dei meccanismi più intimi della creazione. Dell’inventore, infine, ha il DNA trasmesso dalla storia familiare: il padre, anch’egli ingegnere e stretto collaboratore di Corradino D’Ascanio, partecipò alla ricerca e all’esecuzione di due grandi progetti che hanno caratterizzato e trasformato la storia non solo italiana del ‘900: l’elicottero e la Vespa.

Enrico Dini è il degno erede della propria storia familiare e di quella di una Italia creativa e imprenditoriale che non dovremo mai dimenticare. Nel 2008, al termine di un lungo percorso di ricerca sull’automazione robotica, Dini ha realizzato un prototipo di stampante 3D su larga scala, il cui risultato sarà "the Radiolaria Pavilion", prima struttura edilizia stampata in 3D. Riconosciuto nel mondo come pioniere della stampa 3D su larga scala, in occasione della Conferenza internazionale sulla fabbricazione digitale del RILEM (Réunion Internationale des Laboratoires et Experts des Matériaux), gli è stato assegnato il prestigioso Pioneering Achievement Awards del 2018.

Andrea Nurcis - Lei afferma che la tecnologia di stampa 3D da lei inventata le permette di concretizzare una sua idea di bellezza. Può spiegarci qual è il suo ideale di bellezza, da cosa nasce e in che modo le sue macchine l’hanno aiutato a realizzarla?

Enrico Dini - Sono pervenuto a questo concetto di bellezza attraverso un lungo percorso inventivo in cui ho sentito tante voci, tante opinioni, tanti pensieri nel corso di questi ultimi 15 anni. È una idea di bellezza che si è venuta formando nel tempo: nel corso del tempo ho modellato, perfezionato questa idea e non sono neanche sicuro che questa idea di bellezza sia condivisibile, non ho questa presunzione. Tuttavia questa idea di bellezza almeno per me funziona. Cominciamo col dire che secondo Stephen Wolfran  e la sua teoria degli automi cellulari, la natura còmputa. Il nostro cervello perfettamente in linea con la sua natura elaborativa, còmputa anch'esso e percepisce nettamente quelli che sono i processi che nascondono una computazione dietro di sé, ovvero quella degli algoritmi. Il nostro cervello apprezza gli algoritmi: ama per esempio ascoltare la musica, è incuriosito, stimolato e divertito dall’ armonia, ossia da sequenze logiche, melodiche e armoniche che fanno sì che il cervello quasi si diverta a prevedere quello che viene dopo un certo suono, percependo quindi come bellezza qualcosa che nasconde una logica dietro di sé. La nostra mente apprezza l’equilibrio, il dosaggio e la giusta ponderazione di più elementi assieme. Così abbiamo una netta percezione del perfetto o comunque del buono. La bellezza attiene quindi anche a un concetto di funzionalità perché quando si parla di storia evolutiva di una forma di accrescimento, qualunque sia il risultato finale, tutti gli elementi sono finalizzati a rendere attrattivo quello che noi vediamo.

"Certo, l'ideale per me sarebbe quello di piantare un seme con il codice genetico di accrescimento di un palazzo in calcestruzzo. Ma in mancanza di questa possibilità di produrre un organismo vivente a forma di edificio, già con la stampa 3D a sezioni possiamo ottenere questo tipo di libertà espressiva."

- Nella sua ricerca l’architettura ha un posto centrale…

L'architettura è la messa in opera di materiali reperibili un tempo sul luogo, oggi convergenti da tutte le parti del mondo, allo scopo di creare una base minima per realizzare un tetto sopra la nostra testa, dal menhir ad un elemento trilitico: architettura essenzialmente significa creare un elemento orizzontale che gravi e che ci protegga. Nel corso dei millenni siamo andati nella direzione di ottimizzare la messa in opera dei materiali col minimo sforzo e compatibilmente alle tecniche costruttive disponibili. Se andiamo nell'antica Grecia, i greci avevano la pietra e potevano soltanto fare strutture in pietra. Potevano fare colonne e architravi e a un certo punto hanno trovato un compromesso fra la distanza delle colonne e la dimensione dell'architrave ed è nata quella che è l'arte greca con tutte le regole di proporzioni fra l'altezza, la larghezza, gli elementi: le famose regole auree e quant'altro. Anche le famose scanalature delle colonne greche hanno una funzione: sarei curioso di chiedere a qualche architetto se conosce questa funzione. In sostanza le scanalature servono a creare dei camini di raffreddamento sulle colonne in modo da evitarne il deperimento nel corso del volgere di pochi decenni. Una colonna liscia esposta al sole probabilmente finirebbe per deteriorarsi, invece in questo modo è tenuta raffrescata da questi camini invisibili di raffreddamento, così come ci sono anche sul cactus o anche sulle zebre con le strisce bianche nere che nel mezzo alla Savana se ne stanno sotto il sole cocente e riescono a stare fresche in virtù di questa alternanza di colori bianchi e neri. Quindi voglio dire che ogni elemento architettonico anche apparentemente estetico in realtà cela dietro di sé una funzione…

- Lei è considerato il pioniere della stampa 3d su larga scala proprio nella costruzione di edifici. In questa strada da lei aperta lo stesso concetto di progettazione cambia…

Io sono stato testimone negli anni ‘70 (mio padre lavorava alla Piaggio ed era il direttore dell'ufficio calcoli) del fatto che qualunque cosa venisse concepita dalla mente umana non potesse essere rappresentata su carta per essere riprodotta da altri che a livello bidimensionale. C'era il vincolo che i disegni dovevano essere comprensibili a chi poi li avrebbe dovuti materializzare. Il vincolo era progettuale prima di tutto e poi un vincolo anche nelle tecniche costruttive per interpretare correttamente e materializzare quello che veniva immaginato. Sono entrato nel mondo del lavoro nei primi anni 90 e ancora allora dopo 2000 anni tutto quello che doveva essere progettato veniva realizzata al tecnigrafo. I sistemi di computer AIDED design , i sistemi CAD muovevano veramente i primi passi. Io ho dovuto chiedere il permesso all'università per poter utilizzare un plotter che avevo visto nel 73 con mio padre a Parigi alla Hewlett-Packard quando eravamo andati a visitare gli stabilimenti per comprare questo dispositivo. Costava una follia, costavano una follia i pennini. Quindi fino all'avvento nell'architettura della stampa digitale è stato possibile realizzare disegni solo attraverso righe e punti. Io sono cresciuto in questo mondo e si immagini la mia sorpresa quando alla fine degli anni ‘90 sono entrato in contatto con i primi modellatori di superfici e con i primi modellatori solidi come Pro Engineer, come Rhinoceros. Ero affascinato così come ero affascinato dalle prime macchine a controllo numerico e dai robot antropomorfi. E tutto questo ruotava intorno al concetto di plotter e di plotting nello spazio, come fa il mio caro amico Massimo Moretti di Wasp. Ma la vera illuminazione è venuta quando sono entrato in contatto con le stampanti digitali a polveri, alle soglie del Duemila. Queste macchine di rapid prototyping servivano a realizzare il maquette di oggetti in 3D materializzati senza vincoli costruttivi, perché la polvere permette di contrastare la forza di gravità e quindi di ottenere un effetto di sostegno a qualunque forma andaste materializzando. Certo, l'ideale per me, per realizzare un palazzo, sarebbe quello di piantare un seme con il codice genetico di accrescimento di un palazzo in calcestruzzo. Ma in mancanza di questa possibilità di produrre un organismo vivente a forma di edificio o comunque un elemento che si autocostruisce, uno scheletro piantando un seme, in attesa di questo, già con la stampa 3D a sezioni possiamo ottenere questo tipo di libertà espressiva. Quindi la ragione per cui ho inventato la stampante a sabbia era proprio perché io volevo realizzare strutture ossee trabecolate che permettessero di creare edifici il cui organismo strutturale fosse ottimizzato come quello delle nostre ossa.

- Quale è il suo rapporto con l’arte?

Penso come tutti i veri artisti, di avere quella fortissima spinta verso il desiderio di essere originali e irripetibili nel loro processo creativo. L'atto artistico secondo me è una sorta di prototipo di un processo. Il prodotto di un pensiero che è il frutto di un grande sforzo di sintesi di un linguaggio. Questa sintesi crea quell’ elemento originale da cui poi possono essere derivate delle attività, dei mestieri: le attività artigianali sono quelle che riproducono delle sequenze operative inventate dall'artista. Anche un ingegnere può essere un artista come chiunque partorisca un metodo, un processo che non esisteva prima è che diventa linguaggio originale e irripetibile ma codificabile da altri. Il mio rapporto con l'arte è quello dell'atto artistico come atto eroico, come atto in cui c'è una forte dose di desiderio di affermazione di sé e di ego in campo. Ovviamente l'artista si nutre del proprio atto artistico e poi lo rigetta via da sé nel momento in cui lo ha terminato e lo disconosce per certi versi, ma nel momento in cui libera la sua opera e la da ad altri, lui diventa in qualche modo immortale perché nessuno si prenderà mai la briga di distruggere ciò che viene riconosciuto come valore. L'artista in questo modo eterna se stesso. Vivo il mio lavoro come arte in quanto espressione della mia originalità del mio ego e del mio atto eroico per eternare me stesso attraverso opere compiute e belle.

- Ci sono artisti del presente o del passato che sente vicini al suo lavoro?

Gli artisti che hanno lasciato in me una qualche traccia sono tanti, quelli che mi vengono in mente all'impronta, andando in modo cronologico e per ordine di apparizione ma non di quando mi ci sono imbattuto, come prima cosa che mi salta agli occhi sono le incisioni rupestri della Valcamonica: sono affascinato dalla capacità di rappresentare su pietra e in modo drammatico le scene di caccia. Venendo più avanti direi Prassitele, Fidia, Canova e poi Raffaello, Caravaggio, Michelangelo, ma soprattutto Donato Bramante a cui debbo molto. Ai tempi nostri tutta la corrente del Bauhaus del Razionalismo e infine i miei due grandi idoli che sono Pier Luigi Nervi e Antonio Gaudì a cui ho dedicato il progetto di Shape : Antoni Gaudì è stato il vero precursore dell’ottimizzazione topologica, il quale per primo ha cercato di fare strutture in conglomerato che fossero puramente compresse. Così mi piace molto Mondrian, Pollock, e nell’ambito degli scultori Umberto Boccioni futurista, di cui ho realizzato una replica della sue sculture andate perdute, grazie all'opera dell’ artista inglese Matt Smith, che partendo dalle foto in bianco e nero 2D che ritraggono Boccioni con sullo sfondo alcune sculture andate perdute è riuscito a riprodurre il file per la riproduzione tridimensionale dal quale ho fatto fare una riproduzione in marmo e che ora fa bella mostra di se nel giardino di casa mia.

- Lei si definisce quindi oltre che ingegnere e inventore visionario, anche artista e filosofo. Nell’antichità tra queste discipline non v’era una netta separazione come quella avvenuta nell’epoca moderna; separazione tanto netta che oggi ci appare difficilmente riunificabile. Eppure crediamo che sia necessario che venga ritrovata quell’ unità perduta a favore di una visione dell’esistenza meno riduzionista. Cosa ne pensa e come fa convivere nel suo lavoro le varie sfaccettature della sua personalità?

Dunque io vivo dalle mille sfaccettature della mia personalità nel modo più pieno in quanto ho strutturato la mia vita e segnatamente il mio lavoro, nella direzione di poter passare le mie 8-10 ore saltabeccando ecletticamente da un campo del sapere all'altro senza soluzione di continuità. Io ho un team di lavoro con cui giornalmente mi confronto per lo sviluppo delle tecnologie, dove spessissimo mi appiglio a concetti filosofici per far capire quello che è il principio informatore di funzionamento di alcuni dispositivi piuttosto originali che stiamo sviluppando. Oggi noi viviamo una epoca fortunatissima, almeno dal mio punto di vista di persona che ha avuto accesso al sapere attraverso i libri che bisognava andare a cercarli nelle biblioteche per trovare saperi particolari e che oggi invece sono attingibili soltanto con un click su Internet. Io cavalco Internet come se avessi un cavallo al galoppo perché godo degli strumenti conoscitivi acquisiti in epoca analogica per poter dominare quelli che sono le derive epistemologiche derivate da questa abbondanza di sapere disponibile in cui si è portati non a leggere, meditare, riflettere, rileggere, rimeditare, ma a scorrere su un testo alla ricerca di quelle quattro-cinque parole chiave che ci interessano per dare una risposta alla nostra curiosità, tutto è semplice facile e veloce anche troppo. La multidisciplinarietà è la conseguenza o l'opportunità offerta dalla democratizzazione del sapere. Io in cinque minuti posso sapere che cos'è un algoritmo genetico, scaricare da Internet l'immagine di un intestino e capirne il funzionamento perché magari questo può essere funzionale a realizzare delle cose che ho in mente, posso andarmi a cercare delle formule che avrei potuto accedervi solo se avessi seguito particolari corsi di laurea. Adesso io posso spaziare liberamente da un campo all'altro, diciamo avendo i mezzi per poter unire nuovi saperi, fonderli assieme per produrre nuovi saperi e quindi produrre dei saperi ibridi e quindi generare di conseguenza know-how inattesi o sorprendenti, il che sarebbe stato pressoché impossibile concepire solo poche decine di anni fa, per per una impossibilità temporale di accedere a migliaia di testi stando comodamente seduti dietro un PC e scaricando PDF e Excel a manetta e furiosamente andando a pescare rubare attingere saperi che poi si vengono ad unire insieme. Ora io mi interrogo se questo modo di manipolare, gestire e utilizzare i dati offerte dalla rete in modo consapevole, quale io ritengo di poter fare essendo reduce da un esperienza come dicevo analogica, dell’apprendere quindi la fatica meditativa, contemplativa e rielaborativa, legata alla lettura e rilettura del l'unico libro di cui ero in possesso con alcuni concetti densi che dovevo fare miei, rispetto a un millennial che magari trova tutta questa messe di dati disponibili e non ha provato la fatica della ricerca e dell’apprendimento.

- La tecnologia di stampa 3D da lei elaborata si basa su un principio molto differente da quella sviluppata, ad esempio, da Wasp: se Wasp costruisce l’oggetto attraverso un processo di estrusione, simile a quello utilizzato dalla vespa vasaia per costruirsi il suo nido di fango, le sue macchine lo costruiscono invece attraverso un getto di micro gocce di materia dal cui accumulo nasce la forma. Nel suo caso mi viene da pensare a un processo chimico-fisico più vicino a quelli che avvengono nella geodinamica della formazione delle rocce. Può raccontarci da cosa le è nata questa idea e come più precisamente funziona il processo di stampa?

Dunque l'idea di stampare le case in 3D è nata guardando una stampante a polveri della Z Corporation nel 2003-2004. Era una macchina che mi affascinava, dove il processo di fabbricazione di un oggetto a strati è ottenuto con una sorta di stampante 2D modificata. Una stampante 2D a cui è stato aggiunto un asse verticale, la carta è stata sostituita da della polvere e come inchiostro viene usato un liquido legante che solidifica in modo selettivo le particelle. Questo processo di fabbricazione è stato inventato al MIT da Emanuel Sachs negli anni ‘80, io come inventore mi sono limitato a traslare questo processo di fabbricazione nato per realizzare delle maquette e fare rapid prototyping: l’ho traslato nel mondo delle costruzioni scalandolo da 100 a 1000 volte. Via la parola powder, che vuol dire polvere, dentro le parole sabbia o particella o ghiaia o qualunque altro materiale granulare per realizzare strutture in conglomerato. Ora La cosa curiosa è che se uno va a esaminare il risultato quando ho cominciato a realizzare queste arenarie artificiali – purtroppo oggi che il materiale non viene certificato ci siamo dovuti adattare a stampare in cemento – noterà che in origine questo progetto consisteva in un vero e proprio processo di litificazione, cioè un processo accelerato di formazione di una pietra arenaria. La cosa curiosa, dicevo, è che questa tecnica di fabbricazione permette di realizzare una pietra in 3D e la tecnica stereolitografia è una parola composta di tre parole greche che vogliono dire: stereo, quindi tridimensionale; lithos, che vuol dire pietra; graphos, che vuol dire grafia. Quindi la macchina io la chiamavo macchina di stereolitografia proprio perché stampava la pietra in 3D in modo tridimensionale. Purtroppo questo termine stereolitografia nulla a che fare con la parola che lo disegna.

- La qualità delle realizzazioni prodotte dalle sue stampanti si avvicina molto, in aspetto e complessità strutturale, a quella della realtà naturale. Questa qualità “naturale” è ricercata oppure è solo la conseguenza tecnica della sua particolare tecnologia di stampa 3D?

La naturalità delle delle mie creazioni è connaturata a due o a tre questioni: una riguarda proprio com'era la tecnologia – adesso purtroppo siamo diventati maledettamente più bravi ma all'epoca noi non eravamo in grado di stampare per bene, non riuscivamo a controllare i parametri di processo correttamente, per cui qualunque forma per quanto liscia noi andassimo a stampare veniva fuori completamente deformata dagli strati e dall'eccesso, dalla mancanza di materiale e quindi l'effetto selvaggio era legato proprio a una povertà tecnologica costruttiva. Poi ovviamente niente vieta di realizzare forme naturali partendo dalla scansione di una roccia oppure di un qualche algoritmo per andare a stampare le rocce finte. Ma la l'effetto naturale, ribadisco, parte da una scarsa capacità di governo del processo.

Dal suo punto di vista che tipo di sviluppo dovrebbe avere la tecnologia della stampa 3D nel futuro e a quali progetti attualmente sta lavorando?   

La stampa 3d dovrebbe essere rivolta sempre verso il bene e non verso il male. Purtoppo ci sono persone malvagie che hanno intravisto nella stampa 3d la possibilità di realizzare armi invisibili ai controlli dei metal detector e applicazioni che nulla hanno a che fare con la nobiltà di questa tecnologia. Il futuro della stampa 3d deve rivolgersi alle generazioni che verranno dopo di noi come strumento digitale per rendere meno costoso a livello energetico la realizzazione di fabbricati, con un basso impatto ambientale, riducendo le emissioni di anidride carbonica, ritornando verso l’utilizzo dei materiali locali, includendo le popolazioni nel processo di fabbricazione verso la riconsiderazione di una architettura spontanea, come abbiamo fatto per migliaia di anni,  dove la ricerca della bellezza rimane sempre come valore centrale. Attualmente noi siamo focalizzati su dei progetti pilota per la realizzazione di fabbricati a basso costo per i rifugiati, finanziati fondamentalmente dai Governi del Medio Oriente, ma anche dal Brasile e altrove…ma sarebbe troppo lungo e complesso da spiegare.

D-shape

Wasp per l'arte e la cultura